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la donna di un tempo

La donna di un tempo è l’ultimo spettacolo della stagione al Teatro Libero. Una rappresentazione strana, che ad un tratto mi ha ricordato L’ultimo Capodanno dell’umanità di Niccolò Ammaniti. Sarà per il finale fatalista e surreale, dove gli eventi accadono si direbbe in maniera indipendente dalla volontà degli attori (ma non vi anticipo di più, caso mai voleste andare a vederlo….).

Non conosco nulla di Roland Schimmelpfennig (il drammaturgo autore del brano teatrale), perciò non so quanto la rappresentazione vista ieri sia fedele all’idea originaria, o quanto le sensazioni che mi ha comunicato siano in linea con le intenzioni dell’autore. Quello che ho visto è l’irrompere del passato in una situazione consolidata, con uno sconvolgimento di natura esteriore, in quanto è l’elemento che proviene dal passato che agisce sulle cose. Il protagonista maschile dice di essere rimasto “turbato” dalla apparizione della donna con cui ebbe una relazione più di venti anni prima, ma questo turbamento non si percepisce affatto, mentre anzi lui sembra lasciarsi “agire” dai fatti e dalle circostanze, in contrasto con il carattere forte e la volontà della moglie e della sua fidanzata di un tempo.

Quello che emerge è la passività dei personaggi maschili, mentre i personaggi femminili appaiono estremamente volitivi. La recitazione (volutamente e marcatamente poco naturale) esaspera i caratteri, creando delle figurine piuttosto che dei tipi umani, mentre la narrazione procede attraverso una voce fuori campo e un artificio temporale di natura cinematografica: il tempo viene spostato avanti e indietro come attraverso i pulsanti rewind e forward, anticipando scene, riportando indietro il tempo e mostrando l’antefatto e nuovamente – identica – la scena stessa. Alcuni fermi immagini acuiscono l’analogia con la tecnica cinematografica.

Penso (il mio solito vizio di pensare). Alla distanza che esiste fra due percepiti soggettivi. La donna di un tempo ritiene che le parole dette dall’uomo siano ancora valide, l’uomo neppure le ricorda.

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4 Responses to “teatri possibili”

  1. Che dolore leggere l’ultima frase; avrei voluto sentire io le parole dette da quella donna del tempo; ho la presunzione di credere che non le avrei dimenticate.

    Un bacio Ale
    Daniele

  2. alessandra says:

    Dani, tu sei un’anima sensibile 🙂 Nella realtà spesso le parole acquistano per chi le sente un significato diverso da quello che vi mette chi le pronuncia, venendo mediate dalla soggettività del ricevente. Vale per uomini e donne, eh! 😉
    ricambio il bacio

  3. Lori Panni says:

    Com’e’ vero che il senso di cio’ che diciamo e’ in chi ci sente! Eppure, come siamo convinti alle volte di aver comunicato proprio quel significato che intendevamo! E che delusione terribile quando si scopre che questo non e’ accaduto!!!

    “Comunicare” e’ il difficilissimo sforzo di “mettere in comune” questo significato…

    Mi e’ venuto in mente questo Guccini d’annata leggendo del tuo “vizio” …

    Io dico sempre non voglio capire, ma è come un vizio sottile e più penso,
    più mi ritrovo questo vuoto immenso, e per rimedio soltanto il dormire.

    Buona giornata. Lori.

  4. alessandra says:

    Lori, io sono giunta alla convinzione che “comunicare” nel senso di mettere in comune un significato sia impossibile. Quindi ho iniziato a convivere con l’impossibilità di una completa comunicazione. E ho capito che l’essenziale è essere consapevoli della trasformazione che il messaggio subisce nel momento in cui passa dall’emittente al ricevente. Una volta che se ne è consapevoli, si vive meglio…
    buona giornata anche a te

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