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Memorie d’Australia

Sono passati ormai 3 mesi dal nostro ritorno dall’Australia, 4 dalla partenza. In tutto questo tempo non ho scritto nulla su un viaggio che pure è stato molto ricco e vario, o forse proprio per questo motivo non sono riuscita a condensare in breve le esperienze, le sensazioni, le emozioni provate.

Perth at nightAustralia. La prima volta che mi sono sentita davvero distante dal mio mondo è stato in Giappone; in Australia è diverso, non ti senti distante dal tuo mondo, ti senti distante da tutto il mondo. Il viaggio è talmente lungo che ne perdi completamente cognizione, salti un giorno intero e lo riguadagni soltanto al ritorno. Abbiamo messo piede su suolo australiano dopo 26 ore dalla partenza e con 20 gradi centigradi di differenza. Abbiamo salutato Malpensa investita dalla neve e siamo atterrati in un vento tiepido come la nostra primavera. Eppure era estate a Perth, un’estate che a seconda del giorno infuriava con raggi decisi o si smarriva dietro nuvole grigie, un’estate decorata con angeli e stelle di Natale. Da lì, dall’estremo ovest è cominciata la nostra esplorazione, 30 giorni d’auto e di aerei e di cambi di clima e di paesaggi e persone.

L’Ovest e il Centro del paese sono forse ciò che più corrisponde all’idea che si ha
dell’Australia, distese immense dove capita di non incontrare nessuno per centinaia di kilometri, strade dove occorre badare al livello del carburante se non si vuol rimanere a secco in mezzo al nulla. La gente a prima impressione pare brusca, invece sono semplicemente persone dirette, abituate ad andare al sodo e a parlare poco. Dell’Ovest ho nel cuore la tranquillità di Perth, le serate dove occorreva affrettarsi ad uscire a cena (alle 21 già cala un sipario di silenzio e di quiete e le cucine chiudono…), la vigilia di Natale in riva al mare a Geraldton, la Road House fuori dal tempo dove abbiamo sostato per pranzo lungo una strada srotolata come un nastro infinito in mezzo al bush, distese di arbusti e di siepi, le fotografie scattate in mezzo a strade deserte, il caldo assolato di Monkey Mia e i gamberi giganti della costa. E i colori puri: azzurro, giallo, rosso.

Red CentreI medesimi colori, ma ancora più intensi, ci avrebbero accolto nel Centro, a Uluru, quel monolite incredibilmente rosso e compatto che si staglia in mezzo alla pianura. Il Centro è la quintessenza dell’Australia, è un ovest estremizzato, dove davvero domina la natura, il deserto, il silenzio. Abbiamo cenato sotto le stelle, miriadi di stelle che punteggiano una volta arcuata: l’arco del cielo, per la prima volta ho inteso il significato di questa espressione. Ma uno spettacolo non meno incredibile sono i monti Olgas che all’alba, quando la luce si libera veloce da una terra scura, si tingono di striature verdi per poi sciogliersi in rosso. Poi la Red Centre Loop, una strada sterrata che ci conduce in mezzo alle terre aborigine, e ci allontana ancor più da tutto quanto è civiltà (non fosse per la macchina su cui siamo seduti). Gli aborigeni sono i veri assenti in questo viaggio australiano, ci è capitato di incontrarli soltanto nel Red Centre e l’impressione che ne ho tratto è che – per quanto parte delle terre siano state restituite loro – l’impatto con la civiltà occidentale li ha schiacciati, li ha disorientati, non più a proprio agio nel retaggio socio-culturale di un tempo e non ancora inseriti nella nuova società (ad eccezione di quella minoranza che ha trovato impiego come guida o come artigiano/artista per la gioia dei turisti).


Lasciamo il Centro alla volta del Sud, dove per l’inversione dei Poli fa meno caldo: dopo l’esperienza nel deserto centrale e il lodge spartano in mezzo al nulla, a Kangaroo Island ci sembra di ritornare a comodità dimenticate, con la bella stanza affacciata sull’oceano, la brezza salata e frizzante sulla pelle. Kangaroo Island mi conquista per il rispetto della natura, che qui viene preservata in tutte le sue forme. Usciamo la notte per spiare i cuccioli di pinguino, andiamo in spiaggia fra i leoni di mare, camminiamo fra alberi dove riposano i koala e ci avviciniamo delicatamente ai teneri wallaby.

Poi ripartiamo alla volta della Great Ocean Road: il Sud dell’Australia è il primo insediamento Sydney, Opera Houseeuropeo in Australia, e l’aria che si respira nelle città è più familiare. Melbourne in particolare, dove arriviamo dopo giorni in cui panorami stupendi a picco sul mare, mentre Sydney ha forse un sapore più americano. Sydney (dopo alcuni giorni trascorsi in Hamilton Island, meta di mare per eccellenza per gli australiani) è la degna conclusione di un percorso che è partito dal rurale per addentrarsi nel selvaggio, ritornare rurale e marittimo e infine concludersi nella metropoli. Sydney metropoli a dimensione umana però, dove puoi girare a piedi l’intero centro oppure spostarti tramite il ferry boat che egregiamente sostituisce altri mezzi pubblici di trasporto. E l’ultima immagine di Sydney è il tramonto dal ferry e le luci che illuminano l’Opera House al calar della notte, come l’immagine di un lungo arrivederci. Perchè dei luoghi che ho amato mi piace pensare che sia arrivederci e non addio l’immagine che porto con me partendo.

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