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Zazie nel metro

di Raymond Queneau

Zazie nel metroNei giorni a Praga mi ha tenuto compagnia Zazie nel metro, un libro che si legge velocemente per il susseguirsi di avvenimenti e colpi di scena e per il divertimento che deriva non soltanto dalla vicenda ma soprattutto dalla straordinaria maestria di Queneau di giocare con il linguaggio. L’esplorazione delle possibilità linguistiche di significati e significanti (doppi sensi e neologismi basati su assonanze sono all’ordine del giorno) ha come conseguenza la perdita di un senso univoco e compiuto, cui si affianca in questo romanzo la mancata consistenza dei personaggi, che compaiono sotto spoglie diverse fino alla confusione dei generi femminile e maschile. Zazie stessa, che dà nome al romanzo, è una bambina di età imprecisata che nel corso delle pagine diviene progressivamente giovinetta e fanciulla, per poi tornare bambina nelle ultime pagine e concludere la sua vicenda parigina con una amara (e nient’affatto infantile) considerazione sullo scorrere del tempo.

Ma facciamo un passo indietro, verso la trama: Zazie viene affidata dalla madre allo zio parigino per un paio di giorni. La bambina arrivando a Parigi ha un solo desiderio, vedere la metropolitana. Tuttavia, la metropolitana è chiusa per sciopero e da lì inizierà una serie di avventure per le vie della città, incontrando personaggi curiosi e non del tutto definibili. Zazie accompagna le vicende con commenti lapidari, sboccati e sconvenienti, diventando così una sorta di “guastafeste”, quell’elemento che nella realtà ci mostra il lato meno roseo e più realista delle cose. Zazie infatti, seppur definita bambina, non ha nulla di infantile nel modo di esprimersi e nei contenuti: non agisce neppure quasi mai in prima persona, ma si limita a dar fastidio sottolineando ora l’inettitudine ora la stupidità, o istigando a questo e a quello.

Intorno a lei, un questurino si trasforma in satiro e in principe/poliziotto, lo zio si trasforma in zia e la zia a sua volta perde la propria identità, il proprietario del Café confonde la propria voce con quella del suo pappagallo: la realtà muta incessantemente i propri contorni e non si lascia imbrigliare in un solo punto di vista. Queneau stesso non assume un punto di vista, ma enuncia fatti (dai contorni labili). L’enunciazione è talmente serrata che talvolta nello spazio di un punto e a capo si muta scena, con un solo termine a chiusura di frase ad anticipare quanto già accade nella frase successiva.

I fatti sfumano nel confondersi delle identità, mentre le opinioni vengono zittite dai commenti caustici di Zazie: nulla sembra salvarsi fino all’intervento di un deus ex machina (anch’egli ovviamente dall’identità doppia) che con un vero colpo di teatro ristabilisce l’ordine e riporta la piccola – con puntualità – alla madre. Così si concludono due giorni di avventure che non sono un romanzo di formazione, ma un tempo in cui si invecchia, forse a sottolineare la mancanza di senso della letteratura e della vita stessa. D’altra parte, Parigi è solo un sogno, Gabriel è solo un’ombra, Zazie il sogno d’un’ombra (o di un incubo) e tutta questa storia il sogno di un sogno, l’ombra di un’ombra, poco più di un delirio scritto a macchina da un romanziere idiota.

 

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