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Un indovino mi disse

Un indovino mi disseTerzani fa parte degli autori con cui non c’è stato “feeling a prima lettura”. Avevo iniziato a leggere un suo libro circa 5 anni fa, abbandonandolo dopo una cinquantina di pagine. Ma cinque anni sono lunghi, accadono molte cose e soprattutto cambiano gli interessi e le disposizioni d’animo. Così quando lo scorso anno ho visto su una bancarella Un indovino mi disse ho letto la quarta di copertina e mi sono detta “Perchè no, suona interessante”. Fra l’altro, ero da poco rientrata da Hong Kong, la città in cui l’indovino del titolo nel 1976 predisse a Terzani un rischio mortale se avesse volato durante il 1993. Da questa profezia si snoda il racconto autobiografico, che mi sono decisa a leggere solo all’inizio di quest’anno (capita spesso che io acquisti dei libri mossa dalla curiosità, ma che poi poi ne intrapprenda la lettura soltanto dopo qualche tempo).

Questa volta la scrittura di Terzani mi ha conquistato fin dalla prima pagina, per il suo stile e naturalmente per i contenuti, per le riflessioni sempre profonde, per il suo sguardo dall’interno. Terzani è stato un grandissimo reporter, uno di quelli che hanno il coraggio di calarsi nelle situazioni per poterne parlare.

Alla fine del 1992 Terzani si trova a dover scegliere fra il tener conto di una profezia risalente a più di 15 anni prima e il continuare la sua vita come se nulla fosse, incluso ovviamente effettuare frequenti viaggi aerei. Per la mentalità razionalistica occidentale la decisione più coerente avrebbe dovuto essere quella di continuare per la propria strada, ma il giornalista decide invece di raccogliere la predizione come una sfida e trovare per un intero anno modalità alternative al volare, pur continuando il suo lavoro di reporter per la rivista tedesca Der Spiegel. La raccomandazione dell’indovino diventa così una opportunità per riscoprire un altro senso del tempo e delle distanze, per incontrare e conoscere un’umanità che viaggiando in aereo finisce con l’essere non vista e dimenticata.

In treno fra Thailandia, Birmania, Cina, Vietnam, Cambogia, e poi ancora attraverso Vietnam, Cina, Mongolia, Siberia, Europa per raggiungere Firenze, ripartendo da La Spezia in nave per tornare a Singapore e da lì spingersi in Laos: i viaggi di Terzani per mare e per terra calano anche i lettori all’interno di realtà la cui distanza da noi si rispecchia nella lontananza fisica e nella difficoltà di percorrerle evitando la facile scelta dell’aereo.

Attraverso gli occhi del giornalista vediamo le contraddizioni o meglio il coesistere della mentalità orientale – dove la veggenza gioca un ruolo di primo piano – con una modernizzazione sociale che importa i suoi modelli direttamente da un Occidente dove la sfera dell’occulto è stata abbandonata da molti secoli. Tutto il libro è percorso dall’interrogarsi di Terzani su una occidentalizzazione che snatura le città dell’Oriente, che le porta a diventare delle copie asettiche di metropoli occidentali, soffocando la cultura popolare originaria. Contemporaneamente, il moderno consumismo e l’accelerazione modernizzatrice porta – anche in Occidente – all’emergere di un interesse per la spiritualità orientale, vissuta come una fuga dal materialismo dominante.

L’anno senza aerei è anche occasione per visitare in ogni tappa di viaggio il più noto indovino locale, in un succedersi di incontri che portano Terzani a contatto con il cuore della mentalità orientale. Un indovino mi disse diventa così un reportage che intreccia tematiche sociali, economico-politiche, culturali e che ci offre un un lato del viaggiare troppo spesso ignorato: quello in cui si vive il paese non da semplici turisti, nè da osservatori comunque esterni, bensì come testimoni immersi nel contesto in cui ci si trova.

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