Arrivi

Sono tornata a Milano attraverso un cielo di zucchero filato, quello di quando ero bambina: rosa, soffice ma dall’anima filacciosa.  In tempo per gli ultimi minuti della finale dei Mondiali, e soprattutto prima che sulla città si abbattesse la tromba d’aria. Odio il vento, e chi viene dal mare e lo ha sentito ululare nelle sere autunnali lo può capire.

Comunque, sono stata a Barcellona.

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Strade

Ho letto su Poesia di maggio (sì, sono indietro di un mese….) e riporto questo testo di Ruth Bidgood, che trovo bellissimo (peccato non averne a fronte la versione in lingua originale… )

Inutile chiedersi che lago protetto da aironi
si trovava nell’altra vallata,
o rimpiangere i canti del bosco
che non avevo attraversato.
Inutile chiedersi dove
potevano portare altre strade,
dato che portavano altrove;
poiché è solo qui e ora
la mia vera destinazione.
E’ dolce il fiume nella tenera sera
e tutti passi della mia mia vita mi hanno
portata a casa.

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Luglio viene

Ho letto sul Corriere di domenica un articolo sull’ozio creativo: parrebbe che nel frenetico mondo moderno non siamo più in grado di gustare di quei momenti di dolce far niente che sono indispensabile preludio all’attività creativa. Rendiamo le nostre giornate iper-attive fuggendo il silenzio, la riflessione, le pause in cui l’immaginazione si addensa e prende forma per perderla e plasmarsi ancora sotto altro aspetto, come nuvola in cielo strappata e sospinta da un pensiero dispettoso.

Mi chiedo quali momenti mi rimangano per sentire me stessa, rimanere a tu per tu (ma piuttosto a io-per-io) con le mie idee sfrangiate, i miei riccioli di considerazione e di proponimento. Forse soltanto la mattina il percorso in auto che mi porta in ufficio, percorso che ho imparato a fare senza neppure una musica di accompagnamento, talmente di silenzio avverto il bisogno prima di immergermi nel flusso delle cose. Scrivo nella mente post che si cancellano prima di giungere alle dita, o rimangono appesi per giorni a dondolare nell’ombra finché – asciutti e tersi – si dicono pronti per essere scritti.

E’ bella Milano ora che il traffico si dirada nell’aria tremolante, ancora più bella la sera quando il sole rilascia l’ultimo calore e l’afa tinge i profili di riverberi ocra. Amo queste strade che si fanno via via meno affollate, e ancora meno lo saranno nei prossimi mesi. Non c’è forse stagione in cui io non ami Milano, ma questa oggi mi piace particolarmente.

Oggi, ultima lezione dell’anno scolastico. Le mie allieve hanno preparato una festa a sorpresa, mi hanno portato regali… non me l’aspettavo! Anche se è normale che per le allieve del primo anno la propria insegnante sia la migliore a prescindere, è un’emozione l’aver alimentato così tanta passione per la danza e la voglia di imparare che brilla negli occhi è per me la soddisfazione maggiore, più grande ancora dei sensibili miglioramenti: perché sempre l’entusiasmo per il cammino è più importante del compiacimento per le tappe raggiunte.

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Amico fragile

Uno spettacolo che omaggia De André e che accosta poesia e canzoni non poteva non richiamare la mia attenzione: così ieri al teatro Out Off fra le fila dei non numerosi uditori c’ero anch’io, con il mio bagaglio di canzoni impresse a memoria a furia di ascolti e nelle orecchie il suono della voce del Faber.

Premesso questo, lo spettacolo (che porta il nome di Amico Fragile e sulle cui note si apre, evaporando – almeno metaforicamente – in una nuvola rossa) è ben costruito, la scelta e il taglio dei brani, la loro sequenza e l’alternanza con la recitazione sono d’effetto e ben progettati. Interessante oltre al contrappunto fra canto e parlato è il passaggio dell’attrice che di volta in volta incarna alcune delle figure più forti dell’universo poetico di De André (e la mia mente ritorna alla sala dei Tarocchi allestita al Palazzo Reale di Genova, lo scorso anno). Grazie all’orchestrazione dell’insieme alcuni versi si illuminano come mai prima e le immagini stesse diventano ancora più vivide.

Sull’esecuzione non posso dirmi altrettanto appagata, per quelle che mi paiono imperfezioni tecniche superabili (la regolazione dei livelli audio, la voce che pare di tanto in tanto “inciampare” nel microfono…) e per una recitazione che trovo affettata. Eppure, la potenza delle parole è tale che brividi d’emozione non sono infrequenti: forse contribuisce – a compensazione delle mancanze formali – la pura passione che anima gli ideatori di questo tributo alla poesia di De André.

In fondo, nel migliore dei casi tutti noi non siamo altro che amici fragili a noi stessi, riscattati da una passione che ci solleva al di là dei nostri limiti.

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Limiti

Il problema non è  (quasi) mai come ti vedono gli altri. Il problema è come ti vedi tu.

Allieva: “Complimenti per lo spettacolo, sei stata eccezionale”

Io, allontanandomi perplessa e tuttora chiedendomi: “Ma per chi mi avrà scambiato?”

Io sono il mio limite da infrangere.

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[In]decisione

Ammiro le persone che hanno opinioni forti e che le sanno esprimere con chiarezza e capacità di argomentazione.

Io, da vera Bilancia, oscillo nella rete a maglie fitte dei pro e dei contro e osservo ogni cosa alla stregua di un icosaedro. Colgo le sfumature, anche le più tenui: sono una specialista della scala cromatica.

L’alterità sta tutta in una particella, quel minuscolo e fastidioso [in] che sottolinea la pluralità dei punti di vista e priva della possibilità di affermare e dissentire in maniera univoca.

Una particella inclusiva che si cristallizza in incapacità di scegliere. Come un pranzo al ristorante.

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Fatiche di giugno

In una giornata più autunnale che estiva (a dispetto del calendario) si è consumata la fatica culminante l’anno di danza: il famigerato saggio di fine anno. Sono sempre un po’ scontenta alla fine, devo ancora trovare la chiave che mi consenta di ballare come durante le prove… Comunque stasera e martedì replicheremo Eklectika… e poi davvero fino a settembre sarà riposo…. Beh, chiamiamolo riposo… diciamo che da qui a settembre avrò altri pensieri per la testa….

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Le mie comari

alba, luce Io non lo so dire quanto è stata bella la serata di ieri. So solo che sono fortunata, perché ho amiche splendide con cui parlare e confrontarsi su qualsiasi argomento, senza giri di parole, senza sottintesi, senza remore di convenienza. Amiche che ti fanno riflettere sulla sterilità di un “non riesco” di fronte al solare incedere del “non riesco ancora”.

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All that Jazz

Blue Note New York Avevo fretta un tempo. Fretta di arrivare, non so ben dove. Per questo non amavo il jazz, al punto da considerarlo persino noioso. Invece è semplicemente presente: non corre avanti e non si imbambola nella contemplazione del passato.

Il jazz si gode il momento, nella pienezza di una improvvisazione di sax.

Forse è questione di età o di maturità. Forse sei pronto per la vita quando apprezzi il jazz.

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Keep it wild!

Keep it wild Si programmano molte cose, ma spesso le più belle giungono inaspettate. Come scoperte inattese di un girovagare all’interno di un perimetro grossolanamente definito.

Andiamo a Chelsea per un giro delle gallerie d’arte, e subito notiamo una sopraelevata accessibile a piedi. E’ una vecchia rotaia trasformata in passeggiata in mezzo al verde. E per verde non si intendono aiuole ordinate, ma erba e fiori selvatici: Keep it wild, raccomanda il cartello.

Poi le gallerie d’arte, e questa volta non ci limitiamo a quelle visibili dalla strada, ma ci inoltriamo in quelle “nascoste”, fino all’undicesimo piano di capannoni industriali ormai sede di esposizioni di artisti. Tante opere interessanti, altre meno, o forse solo meno comprensibili per me. Ma ancora una volta la chiave è il lasciarsi sorprendere, abbandonare ogni tentativo d’ordine e comprensione raziocinante: solo allora, con occhi ben aperti e mente silenziosa, si può vedere. Non necessariamente il pensiero dell’artista, ma l’emozione che ci comunica, la vibrazione che arriva diretta al cuore.

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