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La macchia umana

di Philip Roth

 

la macchia umana Non si può conoscere, semmai immaginare. Persino dati oggettivi possono essere tenuti segreti agli occhi degli altri, come fa Coleman Silk, protagonista del bellissimo La macchia umana.

Professore universitario prossimo all’età della pensione, Silk viene tacciato di razzismo, avendo definito spooks (ovvero fantasmi, ma anche neri in valenza spregiativa) due studenti assenteisti, rivelatisi – malauguratamente per lui – afroamericani. La pretestuosa accusa porta Silk ad allontanarsi dall’ambiente accademico di cui ha sempre fatto parte e a chiudersi progressivamente in un isolamento al quale fa eccezione soltanto Faunia Farley, giovane donna con alle spalle una vita difficile. Coleman e Faunia sembrano coalizzarsi contro una società che ha volto loro le spalle, incuranti delle critiche e dei pettegolezzi che la relazione suscita nella cittadina universitaria di Athena, come pure della vendicatività dell’ex marito di Faunia.

Philip Roth scava nell’universo interiore dei personaggi, dona voce di volta in volta ai loro pensieri, illuminando le profondità nascoste e la macchia che ogni uomo pare portare dentro di sé: non ci sono personaggi interamente positivi né interamente negativi, solo persone con fragilità, desideri e bisogni, paure e quel tanto di sbagliato che ciascuno compie nella propria vita.

Un luogo è pulito solo se l’uomo non ci mette le mani, dice il più compromesso dei personaggi del romanzo, e curiosamente proprio la sua figura è al centro dell’immagine su cui il libro si chiude, emblema della fallacità delle apparenze e di una società glassata dall’ipocrisia, una visione così pura e pacifica come questa: un uomo solitario seduto sopra un secchio, che attraverso quaranta centimetri di ghiaccio pesca in un lago le cui acque si rinnovano continuamente in cima a un’arcadica montagna dell’America.

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