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accuse o scuse

Un dito puntato contro,
accusa.
Scusa, confusa
com’ero.
 
Scava un’impronta
di vernice rappresa,
condensata
in vuota bolla
di pensiero.
 
Pozzo nero
di emozioni,
dove la lingua affonda
curiosa, incubatrice
di desiderio.
 
Non erano lacrime,
solo i miei occhi
di pece ritratti.
M’attrae, questa follia
di silenzi protratti.
 
Mani che scavano
in ventre di terra,
esploratore di anime,
coltivatore
di bastarde semenze.
 
Fra gambarossa urticante,
s’affaccia il pallido azzurro
di un non-ti-scordar-di-me
dimenticato.
 
La crisalide della sofferenza
esplode in ali d’argento
che planano lente
su vette distanti.
 
Inondato di luce
il mio petto scarlatto,
letto di opale
per licenziosi pensieri.
 
Innocenza di sguardi,
unico pertugio
verso il ribollire di dentro.
Asilo di vita
il mio corpo respinto.
 
Tutta la vita
che hai versato all’interno,
prolifica semenza.
Il figlio che mi hai donato,
ora è mio soltanto.
 
Accuse o scuse,
non ne ho più bisogno.
E neanche tu pertanto.
 
 
 

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