di Erri De Luca
Erri De Luca torna a raccontare la Napoli del dopoguerra filtrata attraverso gli occhi di un bambino: un bambino che cresce orfano in una stanzuccia affacciata sul cortile dove cresce e impara a confrontarsi con il mondo esterno.
Impara che la paura è timida, ha bisogno di essere sola per venire allo scoperto.
Impara che per imparare bisogna perdere, forse non solo a scopa.
Suo maestro di vita è il portiere Don Gaetano, dal quale impara che non c’è la gente, ci sono le singole persone e che le persone talvolta diventano popolo, che compie la propria azione e poi si scioglie, tornando ad essere persone.
Così di insegnamento in insegnamento matura l’uomo, pronto ad affrontare l’incontro con l’amore e con il sangue. L’amore arriva nella figura della bambina del terzo piano, fugace visione attesa tanto da dimenticarsi che si stava aspettando. Il sangue è quello che Anna, cresciuta nel frattempo in un suo mondo di isolamento, cerca per liberare finalmente le emozioni e aprirsi alla vita.
Un romanzo che avanza come un cammino di formazione, costellato di immagini vivide e metafore immaginifiche, e culmina in un gesto in cui sembra di vedere l’ombra del fato.
di Elisa Biagini
E’ la prima volta che mi trovo a commentare una raccolta di poesie. Forse perché la poesia la si legge, preferibilmente a voce alta; forse perché talvolta non la si capisce (almeno, a me capita) ma la si ascolta risuonare in noi.
Della raccolta Nel bosco di Elisa Biagini mi è venuto spontaneo scriverne, per fissare quegli aspetti che mi hanno attraversata come un fulmine giungendo diretti a parlare alla mia pancia.
Perché Nel bosco è una raccolta “uterina”, che parte dal corpo e si avvolge e si chiude sul corpo stesso come uovo, unità primaria, o come un calzino rivoltato che si richiude e si osserva all’interno. Le membra si confondono con elementi naturali fino a diventare bosco, luogo interiore di oscurità e pulsioni inconsce: burro, zucchero, farina, latte si impastano per formare un corpo che si mangia e si trasforma in bosco da perdersi. Occhi e bocca sono zone di passaggio, che si chiudono per non lasciar entrare la dimensione esterna, per proteggere quel bosco la cui mappa è impressa nelle ossa.
La voce della Biagini sembra arrivare da una dimensione preconscia, il corpo si disintegra sotto la spinta di una oscurità e riemerge sotto forma di simboli, alfabeto di una emotività impressa in immagini non filtrate dalle maglie della ragione.
Un lavoro di scavo e di limatura sottostà alla raccolta: tutto l’inessenziale è stato eliminato a vantaggio di parole asciutte, nette e pesanti come pietra, che ci riportano all’origine del tutto.
Non lo conoscevo (d’altra parte non ho mai ascoltato jazz), ma una mia amica sì, e quindi stasera sarò al Blue Note.
Arriva sempre il momento di cambiare musica. E comunque stamane il cielo di Milano era interrotto soltanto dai profili netti delle montagne innevate. Limpido e cristallino: quasi un suono di tromba.
Ero scettica e anche piuttosto svogliata all’idea di vedere Avatar. Invece devo ammettere – se mi si passa il termine poco tecnico – che il 3D è proprio figo… Rimani tutto il tempo del film ad ammirare gli effetti dei piani sfalsati, i colori, i fiori e le piante rigogliose, gli insetti e la polvere che sembrano davvero sospesi in un’atmosfera densa e irrespirabile per l’uomo. Potresti quasi palparla, quest’aria corposa di pulviscoli alieni, sicché non resta neppure un attimo per soffermarti sulla storia narrata. Solo qualche frase ogni tanto richiama l’attenzione sull’umanità terrestre, tipo: “Quando qualcuno sta seduto su una cosa che ti interessa, lo fai diventare tuo nemico, così sei legittimato ad impossessartene”. Citazione imprecisa nei termini (vado a memoria), ma curiosa nel contesto di una pellicola così marcatamente made in U.S.A.
February 1st, 2010 in
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Pensiamo che la felicità verrà domani, preceduta da grandi fanfare, e che la sentiremo arrivare da lontano.
Invece no, la felicità non viene annunciata da tromba e grancassa: la felicità è silenziosa e si muove in punta di piedi. Vive nei piccoli gesti dell’oggi, nella vicinanza di persone care con le quali stiamo bene.
Ma se non sappiamo amare questi istanti preziosi, se non sappiamo sorridere né ringraziare, saremo anime sempre in attesa, felici né ora né mai.
Capita che talvolta si parli con conoscenti di interessi, hobby e sport. Capita che ti chiedano che sport pratichi (anni di ginnastica artistica ti hanno lasciato in eredità un fisico da sportiva che lascia supporre fatiche ben più intense di quelle cui normalmente ti sottoponi). Capita allora che tu risponda: “Danza Orientale”. Segue un breve silenzio, poi una voce lo rompe titubante: “Ah, danza orientale… cioè sarebbe…?” e un altro silenzio galleggia nell’aria, pregno di palpabili punti interrogativi inespressi.
Allora reprimi un sospiro e secca rispondi: “Danza del ventre”. A volte addirittura formuli: “Quella che in Occidente è conosciuta come danza del ventre”.
Il silenzio da interrogativo si fa imbarazzato, occhiate si scambiano furtive e ammiccanti, le parole invece manifestano una partecipazione che solitamente le donne non provano: “Dev’essere bello”, “Ma è difficile?”, e inevitabilmente “Ah, che meraviglia, quei vestiti che tintinnano!”.
La saliva non si blocca interdetta mentre pensi alle immagini che a questo punto stanno scorrendo davanti ai loro occhi e vedi orde invasate adorne di cinture con monetine sferraglianti e cascanti ad ogni passo, vedi movimenti disarticolati e disordinari, la fiera del mimo, la caricatura della femminilità.
A contrasto vedi la tua vita di palestra rubata agli impegni della giornata, le sere in cui sei stanca eppure ti concentri per due ore di lezione da cui apprendere qualcosa di nuovo, i sabati mattina (tutti, tutti i sabati mattina a partire da ottobre fino a giugno) e i week end di stage al termine dei quali desidereresti soltanto avere davanti un altro fine settimana per risposare, le dita viola per l’utilizzo dei cimbali e i palmi arrossati per il bastone, l’ascolto e la ripetizione di ritmi che anziché in quarti si contano in dum e tak…
Certo, non è la fatica della danza classica, non sono le punte costrette nelle scarpe torturatrici, ma c’è comunque tanto da studiare e tanto da applicarsi. E’ un altro tipo di studio, che coinvolge anche aspetti musicali, storici, culturali e di stili, per cui non puoi dire di ballare danza orientale se non hai la consapevolezza della diversità della danza popolare dalla danza colta, della codificazione di passi avvenuta contaminando l’Oriente con l’Occidente, del complesso movimento artistico e musicale che prende il nome di baladi, dei balli popolari e di folklore praticati in regioni precise e poi da lì ripresi sotto forma di gesti o singoli passi inseriti nella danza artistica… Non puoi dire di essere una ballerina di danza orientale se non hai una minima conoscenza della musica, degli strumenti e dei ritmi arabi, se non conosci (non dico pratichi, ma semplicemente conosci) gli accessori utilizzati e i rudimenti della loro storia, sapendo distinguere quelli che sono gli accessori della tradizione da quelli introdotti in seguito (e dove, e quando se non da chi…), se non sai quali costumi utilizzare e per quale danza, se non riconosci un movimento come appartenente al repertorio della tradizione o alle nuove discipline fusion…
Potrei andare avanti per ore a parlare degli argomenti da approfondire nel contesto della Danza Orientale, che per me non è dunque solo sport o passione o divertimento o allenamento o espressione artistica, ma è anche avvicinamento alla cultura di un mondo da noi distante e diverso.
Invece, agli occhi di chi sente dire Danza Orientale non appare nulla di tutto questo, e in cambio non vengono restituiti se non sorrisetti finto-maliziosi che nessuno si sognerebbe di corrispondere a chi ammettesse di praticare altre forme di danza, dal tango al flamenco, dalla danza moderna al latino-americano… Eppure, la danza contemporanea propone costumi molto più succinti, la danza hip hop o il modern jazz includono movimenti più espliciti e provocanti, ma a nessuna si risponde con uno sguardo che sembra dire: “Ah, ecco, la danza della zoccola”.
Ieri, durante la pausa fra una mattina dedicata all’apprendimento dell’insegnamento e un pomeriggio di tirocinio, un’amica di danza ci chiede: “Avete visto che XXX ha partecipato alla trasmissione ZZZ su canale 5?”. Coro: “E chi è XXX?”, contro coro: “Ma sì, quella che abbiamo visto ballare l’anno scorso al locale YYY” Io: “Che? La tarantolata?”.
Poi ci stupiamo che la danza orientale passi per una danza di poco conto e di malo costume: fintanto che sedicenti ballerine faranno spettacolo della propria pelle e baratteranno l’armonia della danza con trucchi da giocoliere o fuggiranno le insidie di una pausa riempiendo l’attesa con movimenti convulsi e avulsi dalla frase musicale, continuerà ad imperare il cliché della danza orientale come danza del ventre, e non la danza completa, dalla punta del piede alla punta dei capelli, che anni di studio ci hanno insegnato ad amare sempre più.
Così anche la prossima volta risponderai Danza orientale, anche la prossima volta sospirerai dentro te e cercherai in poche parole, senza annoiare, di spiegare che no, non è quella cosa là che ogni tanto si vede alla tivvù.
La bellissima foto è di Nkzs.
Il (ormai precedente) servizio di hosting mi ha giocato un simpatico scherzetto pre week-end, cancellando il database del mio blog e costringendomi ad un’attività di ripristino fortunatamente conclusasi in maniera egregia. Ho purtroppo perso i commenti dell’ultimo mese, compreso alcuni che mi avevano donato un sorriso. E seppur si sono persi i commenti, quel sorriso non si è perso.
January 24th, 2010 in
frammenti |
5 Comments Quante persone si incontrano nel corso della vita? Quante persone ci sono care, ci accompagnano per un tratto e poi scivolano nel silenzio e si perdono allo sguardo, per caso e destino, intenzione o reciproca disattenzione?
C’è l’amica con cui hai condiviso gli anni di studio, i compiti svolti al telefono quando ancora lo scorrere del tempo era marcato dagli scatti, i sabati pomeriggio e le vasche in centro, i bigliettini scambiati da un banco all’altro, le risate i segreti i pettegolezzi e le altalene dell’animo adolescente.
C’è l’amico a cui hai raccontato tutta te stessa, ridendo e piangendo e rimanendo in silenzio quando l’assenza di parole era più forte di lunghi discorsi.
C’è l’amica che hai rincontrato per caso qualche tempo fa, vi siete abbracciate e nei suoi occhi hai letto la stessa gioia ed emozione del rivedersi, ma poi nonostante lo scambio di numeri e di promesse dove sia finita ancora chi lo sa…
Ci sono ex fidanzati, ed è strano pensare che di tanta familiarità passata non sia rimasto nulla, neppure l’idea di un saltuario saluto.
Ci sono altri che hai sentito affini e vicini per un istante appena, poi la vita ti ha spinto oltre e sai solo che esistono forse, da qualche parte del mondo, e chi sa come trascorrono le loro stagioni…
Quante persone, quante esistenze che si muovono come ombre sulla linea permeabile della nostra coscienza, fluttuano e sono lampi lontani nascosti fra le nuvole informi del passato…
Poi un giorno vedi un quadro, leggi un libro o una poesia, oppure senti una canzone, e all’improvviso eccolo, uno di quei lampi guizza a ciel sereno mentre pensi che è esattamente il genere di cose che piacerebbe a lei, piacerebbe a lui. E vorresti poterglielo dire, condividere quella scoperta preziosa, ma i tuoi piccioni viaggiatori non raggiungono mete sconosciute al mittente… E in fondo, non avresti nessun motivo se non la gioia del donare e in un mondo irrigidito dalla razionalità un dono insensato è l’equivalenza di un sospetto.
Quindi scrivi questo post e solamente pensi che sarebbe un delitto se questa canzone tu non la conoscessi.
Vedi, è giorno.
Ho raccolto i miei panni,
steso i silenzi, piegato
le tue parole
allo spazio costretto
di un lungo rifiuto,
i fiori di riso
sepolti da un pezzo.
E’ questa nebbia di luce
come linea di ponte
che oscilla sospeso,
proteso fra me e le tue ombre:
l’attraversano giorni
che non hanno presente
se non nella mente.
(sussurro)
Vedi: è giorno.
E questo piccolo piccolo sole
non è grande abbastanza
per tergere nel cielo
il profilo dei sogni
se mera questione
di consistenza rimane
il confine del vero.
Così ho stirato
le labbra di festa
per attingere la vita
e chiedere pioggia
di stelle lucenti
che lavasse la notte
e tutte le figlie.
Vedi.
(sussurri)
E’ giorno.
Semplificarsi la vita è il consiglio che gli astri porgono alle Bilance per questo 2010.
E credo proprio che lo seguirò.
Evitando la dispersività del troppo che sortisce una improduttività pari al niente. Poche cose ma ben fatte: sarebbe il caso di iniziare a pensarci