By alessandra, on August 30th, 2010 Ci sono stati giorni che la vita non l’amavi molto. Giorni a spingere il pedale di un’auto che potevi chiamare autodistruzione. Giorni che guardavi la terra e le nuvole in cielo non le sapevi vedere, fumando con il desiderio non troppo inconsapevole di infliggerti una punizione.
Ci sono stati giorni che non li vorresti vedere per dirti perfetta dinanzi alla vita, giorni che a toglierli dal calendario non si farebbe danno, giorni che a nulla saranno serviti se non a schermarti gli occhi in vista del sole. Giorni che senza non la sapresti mica la felicità di oggi e ancora cercheresti bacche in un campo di girasoli. By alessandra, on August 25th, 2010 In ogni momento rubiamo istanti al tempo: scodella di mare, al sole ad asciugare.
Così di sale è il frutto di ogni nostro furto. By alessandra, on August 23rd, 2010 A quanti matrimoni ho assistito? Il primo di cui mi ricordo è stato quello di mio cugino, a Fiesole: avevo quattro o cinque anni e un abito lungo che mi rendeva orgogliosa. Poi un altro cugino, e via via nel corso degli anni sporadicamente altri parenti hanno convolato a nozze…
Qualche tempo dopo è stata la volta degli amici, e soprattutto le amiche che mi hanno fatto inumidire gli occhi con il loro sorriso e l’abito bianco. E sempre, anche nel caso delle amiche di infanzia, l’abito bianco ha avuto per me l’effetto di una corona di luce, un involucro che rende la sposa un’entità astratta. Sorrido. L’anno scorso il matrimonio di una mia cara amica, una sposa che parlava e scherzava con gli invitati come in un bellissimo giorno di festa. Ho pensato che ecco, io avrei voluto essere così, tranquilla allegra e presente. Ora mancano undici giorni e non ho agitazioni particolari se non in relazione alle previsioni del tempo: quindi i presupposti sono buoni, se non mi sono dimenticata alcunché (ma dove sono questi infiniti preparativi di cui si parla in giro?). By alessandra, on August 21st, 2010 Io: “Ma cosa aveva di diverso oggi la figlia della signora X? Ha tolto la frangia… o forse il disegno delle sopracciglia….?” F. (basito): “Beh…. veramente era l’altra figlia” Quando si dice lo spirito di osservazione… By alessandra, on August 13th, 2010 di Philip Roth Non si può conoscere, semmai immaginare. Persino dati oggettivi possono essere tenuti segreti agli occhi degli altri, come fa Coleman Silk, protagonista del bellissimo La macchia umana.
Professore universitario prossimo all’età della pensione, Silk viene tacciato di razzismo, avendo definito spooks (ovvero fantasmi, ma anche neri in valenza spregiativa) due studenti assenteisti, rivelatisi – malauguratamente per lui – afroamericani. La pretestuosa accusa porta Silk ad allontanarsi dall’ambiente accademico di cui ha sempre fatto parte e a chiudersi progressivamente in un isolamento al quale fa eccezione soltanto Faunia Farley, giovane donna con alle spalle una vita difficile. Coleman e Faunia sembrano coalizzarsi contro una società che ha volto loro le spalle, incuranti delle critiche e dei pettegolezzi che la relazione suscita nella cittadina universitaria di Athena, come pure della vendicatività dell’ex marito di Faunia. Philip Roth scava nell’universo interiore dei personaggi, dona voce di volta in volta ai loro pensieri, illuminando le profondità nascoste e la macchia che ogni uomo pare portare dentro di sé: non ci sono personaggi interamente positivi né interamente negativi, solo persone con fragilità, desideri e bisogni, paure e quel tanto di sbagliato che ciascuno compie nella propria vita. Un luogo è pulito solo se l’uomo non ci mette le mani, dice il più compromesso dei personaggi del romanzo, e curiosamente proprio la sua figura è al centro dell’immagine su cui il libro si chiude, emblema della fallacità delle apparenze e di una società glassata dall’ipocrisia, una visione così pura e pacifica come questa: un uomo solitario seduto sopra un secchio, che attraverso quaranta centimetri di ghiaccio pesca in un lago le cui acque si rinnovano continuamente in cima a un’arcadica montagna dell’America. By alessandra, on August 3rd, 2010 Oggi il cielo è di fine estate, striato di un vento che colora di bianco. Questo cielo accompagnava le mie ultime mattine di mare prima di riprendere le lezioni a scuola: sole che non scaldava più la pelle, che la manteneva dorata appena.
Oggi è fine estate nelle vie semi-deserte: sarà che non attendo partenze, ma solo ritorni di chi già è partito. Agosto in città, è un mese malinconico. Mi chiedo, se fossi in procinto di preparare la valigia questo cielo mi sorriderebbe diverso? Intanto le nuvole sono ciò che è rimasto, scompigliate da dita più lunghe. La mia estate sarà fra molto tempo, e non c’è stanchezza in ciò, ma solo disorientamento. Perché se ad agosto togli il viaggiare rimane un mese d’attesa, un oggi che gocciola dentro un bicchiere d’autunno. By alessandra, on August 2nd, 2010 Non tanto per me, quanto contro chi pensava che mai sarei andata, sono uscita a correre. Intendiamoci, la mia gran corsa si è risolta in un doppio giro ansimato intorno a Parco Solari (più un terzo di decompressione, se così si può chiamare) e vorrei poter dire di essermi sentita molto meglio dopo, come quando tornavo a casa dalla lezione di yoga. Invece il ritorno è di gambe indolenzite, già prodromo all’acido lattico: così poco allenata non ero da anni. E se di bello dobbiamo parlare, è stato soltanto il veder la luce spegnersi a poco a poco nel cielo che si addensava minaccioso. E la doccia, meritata sì, ristoratrice.
Mentre spingevo a forza un passo dopo l’altro, vedevo correre davanti ai miei occhi le figure degli amici – e mica tutti magri, insomma! che a portar più peso dovrebbero fare più fatica – e se ce la fanno loro, perché non io? E ancora mi dicevo che siccome a dieta non so stare, almeno devo impegnarmi a smaltire. Questo pensavo mentre passavo per la seconda volta davanti alla mia gelateria preferita… Comunque non mi sono fermata e ho corso… che sarà mai, un kilometro forse? Certo non più di un quarto d’ora, poi ho rallentato in camminata mentre tentavo di trattenere i polmoni nella loro cavità. In fondo, in un modo o nell’altro ce l’avevo fatta, a dispetto di tutto. Poi mi sono chiesta che senso ha questo eterno vizio di pensare contro e non a favore, come se a qualcuno più che a me stessa potesse importare di ciò che faccio o non faccio, come se dovessi vincere e dimostrare di farlo. Così per me forse dovrò riprovarci, nei prossimi giorni, e non perché nessuno ci scommetterebbe 1 euro. By alessandra, on July 28th, 2010 di Orhan Pamuk Pamuk ti afferra e ti porta in Turchia. E’ sufficiente un accenno alle strade di Istanbul per sentirne nelle narici l’odore, per provare una nostalgia irrefrenabile e l’impulso di correre a prendere il prossimo volo. Per lo meno, questo è l’effetto su di me, che in Turchia sono stata, seppure per una manciata di giorni.
Più in profondità, fra le righe di Pamuk vive il dissidio fra Oriente e Occidente, e la Turchia appare davvero luogo di confine, area cuscinetto e terreno di confronto fra Islam e laicità. Neve è un lungo racconto di sapore surreale, incantato nello spazio temporale di una nevicata che ha tagliato fuori dal mondo Kars, città di confine fisico e al contempo metaforico. A Kars si consuma un colpo di stato teatrale, che ha lo scopo di impedire la vittoria degli integralisti alle elezioni comunali: un’imposizione della libertà, si potrebbe definire, in un paese dove i passanti possono rivelarsi poliziotti in borghese o appartenenti ai servizi segreti. Integralisti, nazionalisti curdi, comunisti, polizia segreta, poeti islamici e poeti amici dell’Occidente, attori-politici e politici appartenenti al Partito Islamico: in questo complicato scenario la laicità sembra una lezione estranea, mentre per le ragazze di Kars che si battono per il velo libertà non è scoprire il capo ma poterlo coprire. Nessuno può capirci da lontano – dice uno dei personaggi, al termine del libro. Ed è esattamente questo il senso che Neve mi trasmette, con la medesima intensità provata mesi fa in Siria, quando parlai con un palestinese. Non puoi pensare di capire il Medio Oriente guardandolo con le categorie dell’Occidente, e forse neppure puoi adottare categorie diverse, se vieni da un altro mondo. Come un turco non può essere occidentale: questo gli abitanti di Kars insegnano e ricordano a Ka, il protagonista di Neve. By alessandra, on July 27th, 2010 C’è stato un tempo in cui credevo che il mondo del lavoro fosse di gran lunga più divertente e meno stressante degli esami all’Università. Internet nel 2000 era il grande boom, le famiglie scoprivano la rete anche se a passo di modem 28,8 o – nei migliori dei casi – a 56k… Il numero degli utenti raddoppiava rispetto all’anno precedente e si prospettava un’epoca d’oro di grandi traffici sulle autostrade digitali. Le web agency spuntavano come funghi dopo una settimana di pioggia e non era difficile venire assunti, soprattutto per chi come me veniva da una agenzia di pubblicità e portava quindi in dote il plus di una patina lucente di marketing e comunicazione. Disegnavamo mondi, con l’illusione della consistenza e l’entusiasmo della scoperta. Poi la flotta si è arenata sulle secche del 2001, eppure non è stato impossibile andare avanti. Ho avuto fortuna. Quella è indispensabile, sempre: al pari o forse più della bravura. Così ho preso parte al primo progetto italiano di marketing digitale destinato a diventare case history a livello mondiale. Progettavamo e realizzavamo giochi: duecento produzioni l’anno e 13 lingue, quanto basta per imparare a comporre e tenere insieme le tessere di un grande puzzle. Eppure lavoro era anche evitare che la rana venisse schiacciata dalle auto in corsa o che le palle di neve finissero a terra… C’è stato un tempo, e ieri sera davanti a un wireframe questo tempo mi è tornato in mente, come una vecchia storia davanti ad un bicchiere di vino. Eppure quando mi chiedono quanti siti ho visto, quanti ne ho fatti, non so mai rispondere e alla fine dico che io forse, personalmente, uno o due… Comunque, ve lo ricordavate, Gandalf? By alessandra, on July 19th, 2010 Mi chiedo se sempre verrà il solleone accompagnato da nausea mista ad afa, se questo sole secca le vene. L’ipod suona Tutta mia la città e nell’interpretazione di Giuliano Palma riconosco le note che cantava mia mamma tanti anni fa. Le strade davvero deserte sono parole che placano lo stomaco. Me le immagino come figurine di un luglio che non è mai stato mio: tremano nell’aria torrida e ne provo una vaga tenerezza mentre la pelle si scioglie in asfalto e vi affondano passi. Devo smetterla con il mio snobismo musicale ed iniziare ad ascoltare quel che passa in radio la mattina: ché c’è un tempo per tutto, ma in tutto l’importante è andare a tempo. | | Disclaimer  Questo blog è pubblicato con Licenza Creative Commons - Attribuzione Non commerciale - 2.5 Italia License.Testi, foto, immagini presenti in questo blog sono di mia proprietà (eccetto dove debitamente specificato). Se qualcuno desiderasse riportare le mie frasi, le mie poesie, i miei aforismi è libero di farlo, purchè citando la fonte. Credo sia superfluo specificare che questo blog non è una testata giornalistica, venendo aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto ritenersi un prodotto editoriale ai sensi della L. 62 del 07/03/2001. |
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