Cerchiamo nei libri: risposta a domande incerte, soluzione ad enigmi vissuti. Da altri. Consolazione, in fondo: conforto. Comunione, partecipazione. La certezza di non essere solo, solo ad avere sofferto. Motivazione, modulata spiegazione. Senso.
Le parole non sono senso, non hanno senso. Insensibili. Il senso di chi legge: non troviamo nella pagina scritta ciò che non troviamo nelle nostre pagine.
Mi sfoglio, contro stagione. Tremo, e non basta il sole.
Quelle parole senza senso fanno male e vibrano eterne. Della macina del tempo, farina inconsapevole. Il freddo permane, si allunga in primavera posticipata.
Modifichi una nota e non è più la stessa melodia.
Sposti uno scalino e non è più la medesima scala.
Pronunci una sillaba e non è più la medesima vita.
Questione di accenti. Sincopato. Uno sbadatamente scivola un poco più in là, dove ieri non c’era, e voilà: cadi. Marionetta che precipita nel baratro del non detto. Interdetto.
Buio. Silenzio.
Apri gli occhi: una pagina bianca.
Una lacrima scivola, lenta. Chiudi il libro.
Al pari della bellezza, la banalità sta’ negli occhi di chi guarda.
E talvolta è bello fare la spesa, rientrare a casa, e stirare una pila di camicie.
Le tue.
Ora ho i capelli rossi e mi piacciono tanto.
Sorrido perché sono sempre io, e sgranocchio cioccolatini.
Vivo in questa casa da dieci anni, i primi due mesi senza mobilio ad eccezione di un tavolo, la rete del letto e un vecchio comodino su cui stava il forno a microonde. I vestiti appesi in un armadio di plastica e la biancheria in grandi scatole colorate che in seguito avrei utilizzato per i costumi da danza.
All’incirca in questo periodo, dieci anni fa mi avrebbero consegnato i primi mobili, la cucina e gli armadi a segnare il vero e proprio inizio della mia residenza in questo luogo.
Dieci anni: un tempo lungo, un tempo breve. Scherzando diciamo come passa il tempo, quando ci si diverte. Così questi anni sono scivolati velocemente uno dietro l’altro, eppure nella memoria alcuni sono più brevi, altri più lunghi. Paradossalmente, il tempo scorre via più rapidamente quando siamo impegnati in molte attività, eppure a distanza quei periodi ricchi di esperienze ci appaiono più duraturi degli altri.
Così lungo ricordo il 2003, e rapidi gli anni seguenti (ad eccezione degli intensi viaggi). Così lunghissimi mi paiono questi ultimi 2 anni, che pure fuggono dalle dita senza che riesca a rallentarne il passaggio. Forse li ricorderò infiniti domani: oggi corro insieme alle ore, a minuti ad incastro come matrioske.
February 22nd, 2010 in
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No Comments Una volta un’amica mi ha detto: “Hai uno stile molto personale nel vestire, molto riconoscibile”. Prima che me lo facesse notare lei, non me ne ero resa conto.
Talvolta gli altri vedono in noi aspetti che noi stessi, compresi nella nostra identità, non sappiamo cogliere: li vediamo allora attraverso gli occhi altrui e li riconosciamo e accogliamo, oppure li allontaniamo sdegnati ma col dubbio latente che qualcosa in noi abbia pur generato quell’impressione.
Sarà che siamo un mosaico di possibilità di cui ognuno coglie quelle che più sente affini a sé, o quelle che vuole cogliere. Io sono colei che mi si crede, e per me nessuna – faceva dire qualcuno alla moglie del signor Ponza (o alla figlia della signora Frola?). Ma quel nessuna non è assenza ma piuttosto pluralità, è un centomila, come i colori che uniti insieme formano un non-colore: il bianco.
Vedi tu a che riflessioni mi porta un week end di candida neve.
Leggo una recensione, parla di un libro zeppo di poesie e di canzoni, che forse è un po’ la stessa cosa. Parla di autori a me cari, di cantautori e di altri che non ho mai sentito nominare o che non ho mai voluto ascoltare.
Parla anche di una canzone che ho conosciuto solo nell’interpretazione approssimativa di mia nonna, che la canticchiava con inflessioni stonate da farla sembrare un tutt’uno con il Piave mormorava la bella Gigugin come pioveva ma se ghe pensu…
Signorinella pallida, in quei brindisi coi bicchieri colmi d’acqua una lacrima ora si affaccia nell’incavo dell’occhio e guarda giù: lo scivolo della guancia forse incute una certa soggezione e grave si ritira in umido sfavillio.
Sarà perché mia mamma aveva l’età che ho io adesso, con il grembiule a fiori gialli preparava la torta con crema e panna per i miei quattro anni, e la cucina era quella di prima, con i piani da lavoro in formica e la vecchia poltrona rossa in un angolo, e mia nonna che lavorava a maglia con le calze di lana grigia a difesa di sé contro il primo freddo.
Così mio nonno si chiamava Cesare, ma non era di Napoli né faceva il notaio, e neppure l’ho conosciuto. Ma nella mia immaginazione allora portava anche lui il mantello a ruota.
di Erri De Luca
Erri De Luca torna a raccontare la Napoli del dopoguerra filtrata attraverso gli occhi di un bambino: un bambino che cresce orfano in una stanzuccia affacciata sul cortile dove cresce e impara a confrontarsi con il mondo esterno.
Impara che la paura è timida, ha bisogno di essere sola per venire allo scoperto.
Impara che per imparare bisogna perdere, forse non solo a scopa.
Suo maestro di vita è il portiere Don Gaetano, dal quale impara che non c’è la gente, ci sono le singole persone e che le persone talvolta diventano popolo, che compie la propria azione e poi si scioglie, tornando ad essere persone.
Così di insegnamento in insegnamento matura l’uomo, pronto ad affrontare l’incontro con l’amore e con il sangue. L’amore arriva nella figura della bambina del terzo piano, fugace visione attesa tanto da dimenticarsi che si stava aspettando. Il sangue è quello che Anna, cresciuta nel frattempo in un suo mondo di isolamento, cerca per liberare finalmente le emozioni e aprirsi alla vita.
Un romanzo che avanza come un cammino di formazione, costellato di immagini vivide e metafore immaginifiche, e culmina in un gesto in cui sembra di vedere l’ombra del fato.
di Elisa Biagini
E’ la prima volta che mi trovo a commentare una raccolta di poesie. Forse perché la poesia la si legge, preferibilmente a voce alta; forse perché talvolta non la si capisce (almeno, a me capita) ma la si ascolta risuonare in noi.
Della raccolta Nel bosco di Elisa Biagini mi è venuto spontaneo scriverne, per fissare quegli aspetti che mi hanno attraversata come un fulmine giungendo diretti a parlare alla mia pancia.
Perché Nel bosco è una raccolta “uterina”, che parte dal corpo e si avvolge e si chiude sul corpo stesso come uovo, unità primaria, o come un calzino rivoltato che si richiude e si osserva all’interno. Le membra si confondono con elementi naturali fino a diventare bosco, luogo interiore di oscurità e pulsioni inconsce: burro, zucchero, farina, latte si impastano per formare un corpo che si mangia e si trasforma in bosco da perdersi. Occhi e bocca sono zone di passaggio, che si chiudono per non lasciar entrare la dimensione esterna, per proteggere quel bosco la cui mappa è impressa nelle ossa.
La voce della Biagini sembra arrivare da una dimensione preconscia, il corpo si disintegra sotto la spinta di una oscurità e riemerge sotto forma di simboli, alfabeto di una emotività impressa in immagini non filtrate dalle maglie della ragione.
Un lavoro di scavo e di limatura sottostà alla raccolta: tutto l’inessenziale è stato eliminato a vantaggio di parole asciutte, nette e pesanti come pietra, che ci riportano all’origine del tutto.
Non lo conoscevo (d’altra parte non ho mai ascoltato jazz), ma una mia amica sì, e quindi stasera sarò al Blue Note.
Arriva sempre il momento di cambiare musica. E comunque stamane il cielo di Milano era interrotto soltanto dai profili netti delle montagne innevate. Limpido e cristallino: quasi un suono di tromba.
Ero scettica e anche piuttosto svogliata all’idea di vedere Avatar. Invece devo ammettere – se mi si passa il termine poco tecnico – che il 3D è proprio figo… Rimani tutto il tempo del film ad ammirare gli effetti dei piani sfalsati, i colori, i fiori e le piante rigogliose, gli insetti e la polvere che sembrano davvero sospesi in un’atmosfera densa e irrespirabile per l’uomo. Potresti quasi palparla, quest’aria corposa di pulviscoli alieni, sicché non resta neppure un attimo per soffermarti sulla storia narrata. Solo qualche frase ogni tanto richiama l’attenzione sull’umanità terrestre, tipo: “Quando qualcuno sta seduto su una cosa che ti interessa, lo fai diventare tuo nemico, così sei legittimato ad impossessartene”. Citazione imprecisa nei termini (vado a memoria), ma curiosa nel contesto di una pellicola così marcatamente made in U.S.A.
February 1st, 2010 in
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Pensiamo che la felicità verrà domani, preceduta da grandi fanfare, e che la sentiremo arrivare da lontano.
Invece no, la felicità non viene annunciata da tromba e grancassa: la felicità è silenziosa e si muove in punta di piedi. Vive nei piccoli gesti dell’oggi, nella vicinanza di persone care con le quali stiamo bene.
Ma se non sappiamo amare questi istanti preziosi, se non sappiamo sorridere né ringraziare, saremo anime sempre in attesa, felici né ora né mai.