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Montale e gli ossi di seppia

Ho finalmente terminato di leggere Ossi di Seppia. “Finalmente” perchè era sul mio comodino da mesi, ma d’altra parte un libro di poesie non è un libro da leggere per così dire in un sol boccone… o forse sì, ma io comunque non leggo così le poesie (e adesso preoccupatevi, vi dico come leggo io……. ovvero…… leggo a voce alta per assaporare il suono, rileggo e ci rifletto su per capire il significato, poi rileggo un’altra volta per risentire il suono una volta compreso il significato…. certo, se assorbissi tutto in una volta sola sarebbe più pratico, ma non ne sono capace… che ci posso fare? [le parentesi in genere sono sottovalutate, io invece ne faccio un uso spropositato per cercare di “dare un ordine” al flusso dei miei pensieri che germogliano l’uno dall’altro] ) .

Comunque, dicevo che ho finito di leggere Ossi di seppia e avrei voluto scrivere qualcosa in proposito. Non scrivere un commento (non mi sentirei in grado di commentare Montale!) ma semplicemente qualche nota a margine, qualche appunto di ciò che mi ha più colpito durante la lettura.

E queste due righe ho anche provato a metterle giù…. Ma poi alla fine, alla fine le ho cancellate, mi parevano del tutto inutili. Preferisco riportare invece questa lirica, che non è – credo – una delle più celebri e non è una di quelle che più mi ha colpito per la bellezza delle immagini o delle sonorità (ecco, questo devo dirlo, una delle cose che più mi ha colpito nella raccolta è il lavoro sulle sonorità).

Il motivo per cui la riporto è il tema della inconoscibilità (ma forse persino della  inesistenza) della sostanza e del conseguente esaurirsi del tutto nell’apparenza, un tema così filosoficamente importante e che ha portato a così tante riflessioni novecentesche … un tema che mi è molto caro. E’ forse inutile specificare che per apparenza non si intende modello estetico e falsità dell’agire, ma tutto ciò che fenomenologicamente è conoscibile.

Ciò che di me sapeste
non fu che la scialbatura,
la tonaca che riveste
la nostra umana ventura.

Ed era forse oltre il telo
l’azzurro tranquillo;
vietava il limpido cielo
solo un sigillo.

O vero c’era il falòtico
mutarsi della mia vita,
lo schiudersi d’un’ignita
zolla che mai vedrò.

Restò così questa scorza
la vera mia sostanza;
il fuoco che non si smorza
per me si chiamò: l’ignoranza.

Se un’ombra scorgete, non è
un’ombra – ma quella io sono.
Potessi spiccarla da me,
offrirvela in dono.

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